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Mauro Panzeri, lecture, Santiago del Cile, agosto 2002.
La grafica è un’opinione

Mio padre, al quale dedico questa conferenza, quando gli mostravo i miei nuovi lavori (un libro che avevo appena progettato, per esempio), mi diceva, con aria contrariata: - Ma tu qui cosa hai fatto?... le foto sono tue?... hai scritto il testo?... hai stampato il libro? - e non capiva neanche perché il mio lavoro andasse pagato. - Costi così? - mi diceva... e scuoteva la testa. Non credo di essere mai riuscito a spiegarglielo veramente, questo mio lavoro; e quando gli dicevo che ci avevo messo sei mesi a fare quel libro, mi diceva: - Eccoli i servizi! Un modo per farsi pagare il tempo, non il lavoro! -.

Mio padre era un uomo semplice, molto concreto e non capiva questo suo figlio che se n’era andato via da casa, lavorava a Milano e soprattutto faceva il grafico quando aveva studiato Scienze Politiche e s’era pure laureato. Così ve lo dico subito: sono un autodidatta. Non ho studiato grafica prima di praticarla; l’ho studiata facendola. E così ho scoperto che questo è un lavoro che, come succedeva a mio padre, la gente non addetta difficilmente riesce a vedere. Nella realtà, fuori dal mondo del progetto grafico, siamo illustri sconosciuti. Il lavoro che facciamo ci fa stare dietro le quinte. E questo non mi dispiace anche se oggi sono qui di fronte a voi a parlare. Ma è una cosa per specialisti, questa; non è vero?

Oggi faccio grafica, insegno da tanti anni grafica editoriale; ma rimango, irrimedibilmente, un autodidatta. Significa che le parti, le tecniche, i ragionamenti, le idee, le ho dovute rimettere insieme come un puzzle e qualche pezzo manca. Forse rimarranno dei buchi. Mi hanno aiutato, nel fare questo mestiere, gli studi umanistici, una laurea in filosofia dedicata a un improbabile pensatore, sociologo e saggista francese: Jean Baudrillard. Ho subito imparato una cosa: che una formazione non solo tecnica può essere un grande vantaggio; che non si apprende solo "facendo" ma anche "ragionando"; che è possibile, anzi vorrei dire auspicabile, riuscire a dire, a parlare del proprio "fare"; è una riflessione utile, quella sul proprio lavoro, rafforza l’identità e mette in circolazione molti temi e problemi.

In italiano si dice: "tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare"; è un proverbio dal significato molto chiaro, ma per me non ha un senso negativo. Sono convinto invece che si possa parlare, raccontare, confrontarsi su idee e mondi personali diversi, sul proprio lavoro, senza necessariamente sentirsi in competizione; e che sia perfino possibile confrontarsi su ciò che si vorrebbe fare e esprimersi in generale senza avere la presunzione che ciò che pensiamo sia necessariamente visibile nel risultato del nostro lavoro; ne sia cioé la dimostrazione assoluta (e viceversa).

Lavoro da 25 anni come grafico (ne ho 48) e non penso che il mio lavoro, il mio prodotto, sia perfetto, finito; piuttosto lo penso come un passaggio, migliorabile, perfettibile (anche da altri grafici); cioé che il progetto grafico è temporaneo, instabile, poco durevole, sottoposto al tempo e quindi al gusto; come diciamo noi grafici: allo stile del momento. Mi capita di guardare a vecchi lavori: non li rifiuto (a dire il vero alcuni sono veramente brutti; ma, come dicevo, nessuno è perfetto), casomai li guardo come tappe di un percorso. E spesso vi ritrovo concetti che ho poi imparato a dire, a fare, con più abilità e precisione.

Perciò ho scelto di dividere in due parti questo incontro. Questa prima è una comunicazione scritta per voi, tradotta e letta in questa lingua che non conosco, lo spagnolo. Abbiate pietà del tono e della pronuncia. La seconda parte è una proiezione di alcuni lavori significativi dello studio che qui rappresento. Uno studio composto da tre persone, che sta nel centro di Milano e ogni tanto prova, oltre che a fare, anche a parlare, viaggiando lontano. E vengo io in avanscoperta.

1.
Questo discorso si divide per temi a se stanti anche se correlati. Il primo tema è il contesto complessivo nel quale il progettista grafico si trova a lavorare. Credo che questo sia un tema realmente generalizzabile che va oltre i confini del luogo nel quale il progettista grafico si trova a lavorare.

In questi ultimi dieci anni tutto è cambiato. Sono nate scuole nuove nel mondo e i programmi formativi che queste propongono sono molto simili tra loro. Il nuovo contesto della comunicazione mondiale e le tecnologie che l’hanno resa effettivamente un continuo e incessante scambio di informazioni, hanno prodotto un unico modello disciplinare. Questo è un vantaggio, se vogliamo parlarne insieme. Ma questo è anche un modello sostanzialmente "tecnico".

Ancorata a schemi sicuri e di impianto teorico tradizionale, la didattica (dalla propedeutica al laboratorio) è stata investita da un ciclone: "tutto e subito" potrebbe essere definito l’effetto che ha avuto sull’utente la comparsa della macchina (intendo per "macchina" l’insieme di strumenti informatici dedicati al progetto e alla realizzazione grafica). L’accesso diretto ai molti caratteri di stampa, a formati di impaginazione, l’elaborazione e il trasferimento di testi e immagini, richiedono un training breve e assicurano uno standard tecnico finale efficace. Salta il tempo della didattica: tempo di verbalizzazione e di esempi, di ruoli e di rapporti. L’autoformazione dell’utente informatico, vasta tecnicamente, quasi inesistente in termini di esperienza, anticipa e sostituisce il processo formativo.

La diffusione delle nuove tecnologie ha prodotto nel mondo una serie di effetti combinati. Un primo, definitivo effetto, è stato quello generazionale: il ruolo di "assistente di bottega" (tempi lunghi, individuali, corrispondenti alle capacità del singolo) è stato sostituito con un ruolo tecnico diffuso. La conoscenza dei programmi dedicati alla grafica è condizione per lavorare. Chi decide di fare questo mestiere deve essere già un esperto. Di quale esperienza si tratti non è difficile scoprirlo: schiacciato il tempo dell’apprendistato, il sapere tecnico "in tempo reale" sostituisce la conoscenza, lenta e progressiva, della complessità del mestiere. Il tempo sembra azzerato. Si impara ad eseguire anziché imparare a pensare in modo organizzato e creativo.

Ma la nostra professione, il "mestiere di grafico" non è un lavoro tecnico. Lo sa bene la generazione che ci precede, anzi le generazioni di grafici che hanno lavorato senza strumentazioni altamente tecnologiche. Non li si chiamava grafici. Li si chiamava artisti.

Ecco una parola chiave: arte. Su questa parola magica sono cresciuti molti, famosi personaggi; giocando sul doppio ruolo. Questi vecchi artisti della grafica, questi eletti, hanno certamente prodotto lavori straordinari, hanno progettato segni e icone memorabili, che reggono ancora nel tempo. Sono personaggi mitici, come Paul Rand, che ha potuto dire che un suo marchio valeva così tanto che il tempo della sua invenzione non contava, poteva averlo ideato in pochi secondi. Gesto d’artista, espressione pura. E mi chiedo, oggi, chi potrebbe mai fare lo stesso... Perché non lo si può più dire, di essere artisti?

Innanzitutto oggi siamo tantissimi, un vero esercito di grafici, che si contendono molto, molto meno. La forza della vecchia generazione, quella, per capirci, che lavorava di matita, carta, pennelli, forbici e colla, sta proprio in questo: aver proposto e sponsorizzato un grande progetto razionale e moderno (non a caso parallelo a quello dell’architettura e del design) di nuovo ordine e pulizia, di riorganizzazione del mondo attraverso le parole, i segni e le immagini. Questo progetto si è rivelato illusorio. La distanza da questa ipotesi è oggi immensa; nessuno di noi pensa più di salvare il mondo. Anzi, amiamo un po’ il disordine, la spontaneità dei gesti, la grafica della strada: abbiamo reagito in modo opposto e contrario alla pretesa.

Siamo anche più pressati, dal tempo e dal denaro. La forbice è questa: tra due generazioni e ciò che rappresentano. Oggi possiamo dire: siamo grafici a tempo zero. Abbiamo molti strumenti a disposizione, molti linguaggi, molti stili. Tutto chiuso dentro una scatola miracolosa, più veloce della luce: il computer.

Non voglio essere né tecnocratico né demolire tecnologie. Come progettista, nasco con le dita sporche di colla, la carta incollata sotto le scarpe e portata fino a casa, riga e squadra, taglierini affilati e polpastrelli a rischio. Sono un grafico di mezzo, per età ed esperienza. Ho vissuto il passaggio, la rottura. Perché di rottura si tratta: la tecnologia ha accompagnato il cambiamento, forse ha aiutato a produrlo. Così mi sono trovato, già in possesso di un mestiere manuale, a ripartire da capo, quasi da zero. E ancora oggi uso il computer a modo mio, molto semplicemente, in modo non specializzato. Quasi convinto che i programmi, le applicazioni riducano, non accompagnino, le mie capacità. Mentre vedo i miei colleghi di studio, più giovani di me di una dozzina d’anni, nati quindi professionalmente in esatta corrispondenza con il cambiamento tecnologico, pienamente dentro questa esperienza.

Cambia, come dicevo, il modello produttivo: la velocità, la misura, l’economia, la struttura. Accanto alle grandi agenzie multinazionali convivono molti piccoli studi, piccole unità produttive. Le tecnologie tendono a consentire mansioni diverse; la struttura verticale del grande business prevede un capo e molti schiavi. La struttura piccola e orizzontale può diventare invece un modello alternativo dove tutti possono fare tutto, non solo parti del lavoro. Ma rimarremo tutti, più o meno, felicemente sconosciuti. E se qualcuno oggi ancora fa l’artista, come il famoso californiano David Carson, possiamo anche permetterglielo. Si tratta solo di "trend"; moda del momento.

Le tecnologie per il progetto grafico operano una censura, dovuta alla loro invadente rigidità. Il computer è rigido soprattutto in questo: non ammette approssimazione e fornisce subito risultati (apparentemente) definitivi. Ne risente il progetto, che, contrae il tempo di produzione incorporando espressione e ideazione che prima erano processi più liberi. Infatti, se mal gestito dall’incertezza (ma chi non ha dubbi, talvolta?) produce evidenti difetti. Ed è il cliente allora a fare il grafico e non viceversa.

2.
L’introduzione delle tecnologie ha prodotto di sicuro una cosa: la scomparsa dell’oggetto. E questo è il secondo tema di cui vorrei parlare. Se questo lavoro di grafico ha un senso, è nel progetto che lo trova. Pro-iecto/butto fuori. Progettare è saper intravedere l’oggetto, includere la sua possibilità in un’idea. Come in amore, quando si progetta una vita insieme; poi magari non funziona. Più semplice con la grafica: pensi a un oggetto (un libro, un manifesto, una rivista) e lo puoi realizzare. Questo è un buon rapporto tra testa, occhi, mani.

Ma cosa succede quando la mano è bloccata al mouse, gli occhi fissano un monitor, la testa asseconda l’applicazione? Le mani si muovono poco invece di manipolare, gli occhi stanchi guardano altrove ma non dove la mano si muove. Questo strano comportamento altri lo chiamano disprassìa. E la testa? Cioé il corpo, in fondo, perché sta fermo? Cerca di controllare ciò che avviene lì, su quel tavolo virtuale, molto poco ergonomico, che è il computer. Così (l’ho sempre pensato), mi trovo incastrato. Io, che per pensare devo parlare e per parlare devo muovermi. Invece di costruire un modello reale, una sequenza su carta, invece di schizzare con la matita qui e là sui fogli, in grande e in piccolo, per creare le mie dimensioni personali, i miei formati di lavoro, sono costretto in un formato già dato, definito dalle misure del mio monitor. Costa meno un vero tavolo ed è più grande. Anche se nel computer rimane tutto l’oggetto (il progetto complessivo; ma sempre smontato nelle sue parti), non avrò mai gestalticamente l’occhio sul tutto (se non miniaturizzandolo e perdendolo).

Si chiama zoom, l’avvicinamento virtuale al soggetto. Presente in tanti programmi grafici, permette grande attenzione al particolare, un avvicinamento oltre la soglia della leggibilità che alimenta cura e passione per ridottissimi giochi di composizione e mille virtuosismi. Se c’è perdita del totale, sia nel progetto che nell’esito, lo zoom ne è il responsabile poiché spezza quello che ogni progettista grafico considera un vincolo fondamentale: il formato finale, la cui scala, grazie alle nuove tecnologie, può essere continuamente cambiata in corso d’opera: il riferimento è ora non più un dato di realtà ma l’intermediazione di un monitor, la cui superficie non fissa alcun punto di distanza reale dall’oggetto progettato; semmai fissa solo se stessa.
Perdo l’oggetto, dicevo. E rischio di dimenticarmi che non sto giocando al virtuale, sto progettando un oggetto reale. Forse, dico forse, solo se progetto per il web, sto al posto giusto. E se perdo l’oggetto perdo il senso di ciò che sto facendo. Il problema è importante, riguarda l’identità di questa professione. Perché se scompare l’oggetto fisico del mio lavoro, lo ripeto ancora una volta, rischio di perdermi. Ricordiamoci che da questa condizione, dettata dalle tecnologie, non si torna più indietro.

3.
E questo è un terzo tema, un po’ faticoso e filosofico (ma sarà breve come un inciso): il problema dell’identità. Perchè il tema del progetto grafico è proprio questo: avere identità, cioé essere tutto fuorché tecnici, per poter dare identità a chi ce la chiede: creare una mediazione, nel senso di farsi medium, tra ciò che noi pensiamo possa essere una cosa e l’intenzione inespressa (la domanda) dell’altro (in filosofia si dice "l’altro", nel lavoro si chiama "il cliente"). Quindi: come comunicare l’identità.

C’era una volta l’immagine coordinata. Un sistema sicuro, a tutto campo, per garantire la comunicazione e farne memoria. I marchi, i logotipi e tutto quel mondo di progetti dove questi vengono applicati, hanno fatto impazzire i grafici di ogni età e hanno fatto la fortuna di molte imprese. Come posso disegnare il marchio di una banca se il denaro, il valore non devono essere rappresentati?

Conoscete Naomi Klein, la giornalista canadese che è diventata famosissima per aver scritto "No logo", un pamphlet, oggi un po’ datato, contro i marchi commerciali nell’età della globalizzazione? Non c’è nulla di più coordinato della copertina del suo libro, molto globale, identica in tutto il mondo. Anzi, di più. "No logo", il titolo, è un vero e proprio logo. E se provate a avvicinarvi al titolo, con una vera lente d’ingrandimento, in alto a destra sopra l’ultima "o", compare una piccolissima "R", la registrazione commerciale!

Ma torniamo a quest’idea di coordinare: fare le famiglie, le genealogie. Dal marchio "bisnonno" al biglietto da visita "nipotino". Tutto dev’essere calcolato e congegnato in modo che non si perda di vista il segno del produttore. Come dire: qui ci trattano da stupidi (scusate: ma devo mettermi dalla parte del consumatore, adesso); ci vogliono far credere che le cose con il marchio (come le mucche) siano le migliori! E quando tutto è marchiato? Quando i marchi sono serie infinite di segni che non rimandano a nulla se non a se stessi? Il rischio vero è ancora una volta quello della perdita dell’identità, questa volta per eccesso.

Faccio un esempio, che mi è molto vicino: le collane di libri, le serie. Ho realizzato molte collane di libri: tipico esempio di immagine coordinata del prodotto. Un sistema visivo (un titolo sempre in quella posizione, sempre definito da quel solo carattere di stampa, un’immagine sempre inscritta lì sotto nel quadrato) semplice ed efficace. Per uccidere un libro. "Moby Dick" come "La Divina Commedia". Cambia il titolo, l’immagine; ma la matrice visiva è sempre uguale a se stessa. Forse uno sarà a fondo bianco (Moby Dick), l’altro rosso (La Divina Commedia); ma sempre molto, molto simili. Un progetto molto semplice. E se invece pensassimo a due copertine molto diverse, proprio perché i due testi non si assomiglino per niente? Possiamo allora generare un sistema di comunicazione efficace anche senza una matrice. Lasciamo che l’oggetto abbia un singolo progetto in grado di esprimere l’identità che gli abbiamo attribuito. Lasciamo l’oggetto, non marchiamolo con il nostro segno ma facciamo che il segno sia parte del suo senso; evitiamo di rincorrere a tutti i costi l’idea che il grafico si faccia riconoscere con la forza, prima di far riconoscere l’oggetto. E ricordiamoci che per fare la copertina bisogna leggere il libro.

Ecco, torna ancora l’oggetto. Quell’oggetto che nel nostro modo di lavorare, tende a sparire. Torna prepotente, forte. Oggetti fisici, tridimensionali. Un libro è un libro. Grande o piccolo, liscio o rugoso, colorato o bianco e nero, leggero o pesante, che ha un buon odore o puzza, che ha un tempo d’uso e si deteriora (se è fatto male). Ma dura (e credo di poterlo dire senza esser smentito) più di un compact disc. Io posso avere un buon rapporto con l’oggetto perché lo manipolo, lo consumo. I grafici non possono dimenticarlo: progettano oggetti.

Qualcuno ha detto che il libro è il più antico oggetto di design; perché è complesso e si relaziona con il soggetto in modo libero e viceversa: lo prendo, si fa prendere, lo lascio, decido di saltare qui e là nella lettura; si dice anche: "quel libro, l’ho divorato!". Oggetto a molte entrate, permette mille salti e infiniti giochi. L’ipertestualità libera sta qui, non in un cd-rom. Qui si gioca il problema dell’identità: nella libera relazione tra soggetto e oggetto e nello scambio meraviglioso che ne deriva. Si dice anche: "Ho amato quel libro!". E questo ci introduce a un altro tema; un passaggio importante, che ci vede coinvolti sia come grafici che come utenti. Dobbiamo immaginare sempre noi stessi, proprio perché progettisti, anche dall’altra parte: dalla parte del lettore.

4.
Il tema che voglio ora affrontare è quello della lettura, anzi della doppia lettura. Dicevo all’inizio che noi grafici stiamo dietro le quinte, "facciamo il lavoro sporco", quello che non si vede. Eppure "si sente". Nel senso che il lavoro grafico è una prima lettura. Di cosa?

Prima di me, che metto in pagina testi e foto, questi materiali erano, come dire, senza forma. I testi potevano essere scritti a mano, a macchina da scrivere o al computer; le fotografie potevano essere una lunga pellicola in cui scegliere lo scatto giusto, oppure stampe o file digitali. Certo i testi già contenevano opinioni, le fotografie punti di vista. ma non vivevano insieme; se ne stavano separati. Il compito del grafico è di metterli insieme, farli convivere. Così, nella riduzione a un formato, il grafico compie un atto molto forte. Di grande responsabilità. Il grafico sa come far leggere un testo (il trattamento tipografico del testo), come "tagliare" un’immagine. Sistema pesi e misure. Rilegge i materiali che ha a disposizione per proporne una versione nuova, che prima non c’era. Li trasforma. Può anche decidere se una cosa vada letta o meno; basta metterla di lato, piccola, non darle enfasi. Sa come forzare, dare risalto a una parte. Compone e interpreta. Ecco spiegato il titolo di questa mia lettura: il grafico interpreta, perché la grafica si esprime, è un’opinione. Soggettiva, molto soggettiva. Non esiste grafica che non lo sia.

Un grafico può anche non saperlo ma lo fa; e peggio per lui e per quelli che lo leggeranno dopo, i lettori finali. Dobbiamo lavorare a mettere il lettore nelle migliori condizioni; quel lettore che sta alla fine della lunga catena dell’informazione e della comunicazione. Questa mi pare sia la parte nobile di questo lavoro.

E questo mi aspetto da un grafico: la coscienza del suo lavoro, la consapevolezza di questa responsabilità. Così il lettore sarà (anche in modo inconsapevole, come lo era mio padre) ben indirizzato, favorito, messo a colloquio permanente, messo comodamente a leggere (e si veda il grande problema della leggibilità, della misura dei caratteri di stampa); o piuttosto imbrogliato, messo in difficoltà. Anche un grafico può censurare, anche se potrà sempre dire che quella cosa c’era. Potrà nascondere o mostrare. Rendere efficace il progetto: rispettare il testo, l’immagine; e anche favorire il lettore finale che avrà il nostro lavoro tra le mani; un giornale, per esempio. Questa soggettività, questa identità di cui tanto ho già parlato è un valore prezioso. Credo di poter dire, senza dubbio, un valore etico, morale. E su questo tornerò in chiusura.

5.
Ancora un tema, più interno al mestiere, che collega un po’ tutte le cose finora dette: soggetti, mestiere, tecnologie, letture. Il tema è legato ai nuovi modi di fare grafica, a come oggi i grafici inaugurano un nuovo modello di lettura. Non più dall’alto a sinistra, a scendere.

Ogni pagina, ogni doppia pagina, un racconto. Questo argomento, ricco di suggestioni e evocazioni narrative, ricorda un altro mestiere: quello del cinema. La sequenza, la storia, il racconto, lo "story-board"; in altre parole: il grafico come regista. Ma dove sta il movimento? La pagina infatti è ferma, le immagini non si muovono. Ecco: il movimento non lo fa una macchina da presa o un attore; lo fa il lettore. Perché ha davanti a sé una mappa e cerca nello spazio (mi sia permessa una licenza tridimensionale, in questo lavoro così piatto!), muovendo gli occhi, i pensieri, dove si ferma l’attenzione. Come quando si è di fronte a una mappa che dice: "voi siete qui" e non si trova il punto ma bisogna muoversi. Questa innovazione del linguaggio grafico, che si coglie ovunque oggi nel mondo, coincide con l’evoluzione di altri mezzi: televisione, web, cinema. Se ci pensate, c’è sempre più grafica, ovunque (anche gli effetti speciali lo sono).

Testi come immagini e immagini come testi. In una contaminazione, un mixaggio (questa è una parola che viene dall’audio; ma siamo poi così sicuri che la grafica sia muta, non sia anche musica?) sempre più complesso. Fuochi visivi sparsi, geografie della visione che richiedono più livelli di lettura, nel tentativo di superare la bidimensionalità del progetto sfondando il muro del piano carta; che cercano una nuova profondità del formato nel campo visivo. "Lector in fabula" dice Umberto Eco; cascarci dentro, perdersi e ritrovarsi. Grazie alla mappa: ma se si sbagliano le misure, le proporzioni, le distanze, si rischia davvero di perdersi. Per un lettore significa perdere un’occasione, la lettura. Le nuove mappe di lettura sono quindi esperimenti ma bisogna saperli controllare. Cosa che non sempre accade. E in questo, ancora una volta, la tecnologia da una parte aiuta, dall’altra imbroglia. Il controllo di sè è un problema serio. Per esempio voi adesso potreste anche arrabbiarvi perché non ho ancora finito.

6.
Ultima, davvero ultima breve riflessione; forse quella a cui tengo di più. Riguarda il nostro desiderio di comunicare con la grafica, comunicare di noi, delle nostre cose. Senza committenza, per il nostro piacere. Comunicare idee, le nostre; non quelle degli altri. Questa è una buona possibilità, un regalo del mestiere. Progettare simboli, immagini, scrivere e pubblicare testi. Sono convinto che comunicare il proprio lavoro abbia dentro di sè questa forza; la grafica costa anche poco, rispetto ad altri media, per esempio.

Ma cosa fa di un lavoro grafico un processo differente? Dove sta la diversità, come si esce dal mucchio? Noi non siamo soli, lavoriamo su repertori, le immagini magari ci capitano, abbiamo tanti cataloghi già fatti; cose già viste, già usate. Un archivio accumulato, mentale. Utilizziamolo. Utilizziamo qualsiasi mezzo a disposizione. Perché fare grafica è un processo collettivo. E poi si sta sempre dietro le quinte, dove anch’io tornerò tra poco.

A proposito, tanto per non chiudere in modo troppo retorico, sapreste rispondere a una domanda così fatta: "Le immagini sono un linguaggio universale?" oppure "Siamo sicuri che ci capiremo tutti con la grafica?",

Io non lo so per certo. E qui chiudo ricordandovi che credo nell’etica di questo lavoro perché pone domande e non da risposte certe. Così esprimo la mia opinione.

Grazie.

Milano, luglio 2002

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La grafica è un’opinione
lecture, Santiago del Cile, agosto 2002.

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